3 motivi per guardare 13


Il 31 marzo è arrivata su Netflix una nuova serie tv, dal titolo 13. È una storia di bullismo e di violenza. Che ci aiuta a capire qualcosa sugli adolescenti

Tredici sono le motivazioni per cui la protagonista di 13, una ragazza di 16 anni, sceglie di togliersi la vita dopo essere stata vittima di bullismo in un college americano. Queste 13 ragioni vengono narrate un episodio dopo l’altro da Hanna, la protagonista, attraverso le audiocassette da lei registrate prima di morire e lasciate come testamento a un amico fidato. Il ragazzo dovrà poi farle ascoltare ai 13 compagni di scuola, indicati come co-responsabili del suicidio.

Tredici cassette numerate, tredici persone ritenute responsabili del triste epilogo, tredici storie che hanno fatto sentire Hanna Backer sempre più impotente e meno responsabile nei confronti del suo infausto destino. In uno scenario a tratti un po’ troppo “americano”, si susseguono vicende che dimostrano come il faticoso processo di soggettivazione dell’adolescente, ancor più se sofferente, possa essere reso impossibile in un contesto umano dove manca il gruppo, la reciprocità e l’esperienza dell’Altro. È questo spazio sociale e relazionale, infatti, che serve agli adolescenti per costruire la loro identità e modulare alcuni tendenze negative (onnipotenza, agito maniacale, trasgressione, narcisismo), ma questo spazio sociale nella vita di Hanna è assente.

La serie 13 tocca alcuni punti interessanti non solo del fenomeno del bullismo, ma anche del tema ancor più complesso del rapporto tra adolescenza e tecnologia nella contemporanea società digitalizzata.

La cornice all’interno della quale prendono vita le storie dei vari personaggi delimita un ambiente caratterizzato dalla mancanza di uno scambio autentico e proficuo tra adulti e adolescenti, nello specifico tra insegnanti e ragazzi. È quindi ben descritta la profonda frattura generazionale contemporanea, frattura che rende totalmente impossibile un passaggio di competenze, di modelli, e di sistemi attraverso cui decifrare e decodificare le emozioni e le paure. Come sostiene Daniele Biondo, la net-generation è la prima generazione della storia dell’umanità alla quale viene chiesto di crescere da sola, seppur con l’ausilio di protesi tecnologiche. Ai giovani non manca  solo il passaggio di competenze, ma un qualsiasi canale di connessione tra loro e gli adulti. Ecco che quindi si trovano a fronteggiare, in uno spazio di totale solitudine affettiva e relazionale, questioni centrali sulla propria identità, sul futuro e la morte.

Ed è proprio l’esperienza della morte il secondo punto su cui mi vorrei soffermare, poiché all’interno della serie rappresenta il “trauma” principale. Lo rappresenta non solo per la sua tragicità, ma anche per la sua capacità di ribaltamento della storia.
La morte di Hanna ripropone a posteriori il trauma soggettivo e il dolore di ognuno dei tredici ragazzi coinvolti, al punto che il rinarrare della vittima e l’ascolto dei tredici compagni di scuola finisce per trasformare gli stessi carnefici in vittime. È come se, attraverso la morte della compagna, ogni personaggio venisse messo dolorosamente in contatto con il proprio dolore, la propria parte traumatizzata, in uno scenario pieno di desolazione nel quale il suicidio di Hanna appare come una morte “da isolamento”.

Infine, un’osservazione sulla più che mai attuale problematica del cyber bullismo. Nella serie tv, come nella cronaca, l’approccio dei ragazzi ai rapporti tra pari rispecchia la  società di oggi, caratterizzata dall’attacco ai legami e dalla vacuità dei sentimenti. Scene di violenza e di abuso riescono a essere digerite dallo spettatore solo sul finale, quando avviene l’esperienza catartica dei singoli personaggi. I “bulli”, infatti, riescono ad affrontare il trauma in modo personale e attraverso l’accesso al senso di colpa e di responsabilizzazione, provando a riconnettere i pezzi interni e relazionali e iniziando un percorso che forse li porterà a superare l’isolamento.